Avevano organizzato un traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Un sodalizio, che intrecciava le vite di una ventina di persone incaricate di diversi ruoli e sparse su tutto il territorio italiano, importava la droga principalmente dalla Spagna, nascosta all’interno di autoarticolati diretti al Mof.
Due di loro sono stati arrestati a Fondi ieri notte dai finanzieri del Goa di Napoli in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Dda del capoluogo campano.
Si tratta di Enzo Nallo, 53enne con precedenti per traffico di droga, Gino Stravato detto “la torre”, 41enne di Fondi, commerciante al Mof il quale tra l’altro era stato appena condannato ad una pena di 18 anni, assieme a sua moglie, nel recente processo Lazialfresco. Evidentemente il procedimento giudiziario in corso non aveva impedito a Stravato di continuare a gestire il traffico internazionale di droga.
Le indagini erano scattate all’inizio di quest’anno quando sull’autostrada A1, a nord di Roma, venne scoperto un tir contenente 32 chili di cocaina proveniente dalla Spagna e diretto al Mof.
Intensa è stata l’attività dei finanzieri che hanno ricostruito minuziosamente l’attività e le caratteristiche dell’associazione a delinquere. Così che dopo la firma della Procura di Napoli ieri notte gli uomini del Goa assieme a quelli della Compagnia della Finanza di Fondi, diretta dal comandante Antonino Costa, hanno raggiunto in carcere Enzo Nallo mentre Gino Stravato è stato arrestato nella sua abitazione di Fondi, dove era obbligato al domicilio con permessi di uscire, e trasferito nell’istituto di via Aspromonte a Latina.
I due, difesi dagli avvocati Palmieri e Terribile, dovranno rispondere di associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di droga. I finanzieri hanno quindi effettuato ricerche patrimoniali nei confronti di tutti e venti i responsabili, in tutti gli istituti di Fondi e hanno sequestrato le quote societarie al mercato, nonché conti correnti e vari beni.
Continunano intanto le indagini dei finanzieri sul ritrovamento, avvenuto lo scorso 5 febbraio, di un tir contenente 305 chili di hashish nascosti tra le mele e giunto a Fondi, anche questo dalla Spagna.
mercoledì 18 novembre 2009
Variante Pantanelle, tutta la verità di Parisella
La variante Pantanelle non esiste. Esiste la variante del ponte sul canale Rezzola. L’ex sindaco di Fondi e consigliere provinciale Luigi Parisella vuole chiarire una volta per tutte la vicenda che lo vedrebbe colpevole di aver votato in consiglio comunale un provvedimento che facilitasse l’accesso ai capannoni della società Silo, che comprende anche le quote del senatore Claudio Fazzone.
«Come più volte ho spiegato - ribadisce Parisella - la variante si riferiva al ponte che permette l’accesso all’area industriale e dove transitano per necessità numerosi tir. I miei capannoni si trovano a 2 km da quel ponte e sono serviti peraltro da un altro accesso di cui io mi servo». Duque non ci sarebbe stato motivo di farsi una strada ad hoc per il proprio comodo. «Il problema in quel punto - aggiunge il consigliere provinciale - è sempre stato la sicurezza. Tant’è che la variante era già presente all’interno del piano particolareggiato approvato dalla giunta di sinistra guidata dal sindaco Arcangelo Rotunno. Poi il procedimento fu avviato dal suo successore Onoratino Orticello nel 1999. Quindi fu sottoposta al parere della Provincia di Latina, competente sulla strada su cui affaccia il ponte».
E qui subentra Parisella, eletto primo cittadino nel 2001. «L’allora dirigente provinciale Di Troia ci scrisse che il ponte così com’era non poteva essere ampliato per questioni di sicurezza. Era infatti troppo vicino alla curva e quando un tir avrebbe tentato di immettersi sulla Fondi-Sperlonga il rischio era che le auto non lo avrebbero visto e avrebbero potuto verificarsi gravi incidenti».
Il ponte però andava allargato perché altrimenti i camion diretti alla nascente area industriale non ci sarebbero passati.
«L’unica soluzione era quella di spostare il ponte oltre la curva in modo da evitare qualsiasi rischio. Per poterlo fare, tuttavia, bisognava ricorrere ad una variante del piano regolatore». E così è stato. La variante è stata votata ed approvata dal consiglio comunale, incluso il voto di Parisella.
«A Fondi diciamo che stanno continuando a “tentare di far indurire l’acqua”» (ovvero qualcuno si starebbe accanendo su un’impresa impossibile), è il commento dell’ex primo cittadino alla notizia che la Dda di Roma lunedì avrebbe chiesto l’esibizione dei documenti relativi alla famosa variante Pantanelle al comune di Fondi.
«Come più volte ho spiegato - ribadisce Parisella - la variante si riferiva al ponte che permette l’accesso all’area industriale e dove transitano per necessità numerosi tir. I miei capannoni si trovano a 2 km da quel ponte e sono serviti peraltro da un altro accesso di cui io mi servo». Duque non ci sarebbe stato motivo di farsi una strada ad hoc per il proprio comodo. «Il problema in quel punto - aggiunge il consigliere provinciale - è sempre stato la sicurezza. Tant’è che la variante era già presente all’interno del piano particolareggiato approvato dalla giunta di sinistra guidata dal sindaco Arcangelo Rotunno. Poi il procedimento fu avviato dal suo successore Onoratino Orticello nel 1999. Quindi fu sottoposta al parere della Provincia di Latina, competente sulla strada su cui affaccia il ponte».
E qui subentra Parisella, eletto primo cittadino nel 2001. «L’allora dirigente provinciale Di Troia ci scrisse che il ponte così com’era non poteva essere ampliato per questioni di sicurezza. Era infatti troppo vicino alla curva e quando un tir avrebbe tentato di immettersi sulla Fondi-Sperlonga il rischio era che le auto non lo avrebbero visto e avrebbero potuto verificarsi gravi incidenti».
Il ponte però andava allargato perché altrimenti i camion diretti alla nascente area industriale non ci sarebbero passati.
«L’unica soluzione era quella di spostare il ponte oltre la curva in modo da evitare qualsiasi rischio. Per poterlo fare, tuttavia, bisognava ricorrere ad una variante del piano regolatore». E così è stato. La variante è stata votata ed approvata dal consiglio comunale, incluso il voto di Parisella.
«A Fondi diciamo che stanno continuando a “tentare di far indurire l’acqua”» (ovvero qualcuno si starebbe accanendo su un’impresa impossibile), è il commento dell’ex primo cittadino alla notizia che la Dda di Roma lunedì avrebbe chiesto l’esibizione dei documenti relativi alla famosa variante Pantanelle al comune di Fondi.
L’Idv vuole candidare «un nome importante»
Che l’Italia dei Valori volesse impostare la sua campagna elettorale a Fondi sul caso delle infiltrazioni mafiose in comune non sorprende. Ma quella che si è tenuta lunedì in città è stata una vera e propria riunione organizzativa in vista delle elezioni di marzo. Il direttivo comunale di Fondi ha deciso di chiedere al Prefetto di Latina Bruno Frattasi e al Questore Niccolò D’Angelo un intervento nei riguardi del Ministro dell’Interno Roberto Maroni per i vtanti segnali inquietanti che arrivano da Fondi, affinchè si garantisca l’agibilità democratica in vista della prossima campagna elettorale «in considerazione - scrive il segretario provinciale Enzo De Amicis - anche di atti e comportamenti dell’ex sindaco, dell’ex giunta municipale e degli ex consiglieri comunali di maggioranza».
«L’Italia dei Valori dal canto suo - prosegue la nota - in uno dei prossimi incontri con le forze politiche del centro-sinistra e con le associazioni che si sono spese per il ripristino della legalità su quel territorio, porrà sul tavolo delle trattative la proposta di una propria candidatura condivisa a sindaco della città.
Una candidatura - annuncia De Amicis - di alto profilo istituzionale e politico per mantenere alta l’attenzione dei cittadini di Fondi su un tema, quello della legalità che da anni è stato calpestato dagli amministratori di questa città».
Il che farebbe pensare all’idea di candidare il senatore Stefano Pedica che per la causa di Fondi si è battuto e si batte ancora con particolare impeto. Suo è l’invito rivolto a Maroni, a rispondere, martedì, alla commissione antimafia sulle «giustificazioni date al mancato scioglimento del Comune di Fondi, una decisione gravissima che non può passare in silenzio. Maroni - prosegue Pedica - dovrà dirci come mai dopo aver dichiarato più volte la certezza dello scioglimento per infiltrazioni mafiose, si è fatto tirare la giacca dal Totò Riina di Fondi».
«L’Italia dei Valori dal canto suo - prosegue la nota - in uno dei prossimi incontri con le forze politiche del centro-sinistra e con le associazioni che si sono spese per il ripristino della legalità su quel territorio, porrà sul tavolo delle trattative la proposta di una propria candidatura condivisa a sindaco della città.
Una candidatura - annuncia De Amicis - di alto profilo istituzionale e politico per mantenere alta l’attenzione dei cittadini di Fondi su un tema, quello della legalità che da anni è stato calpestato dagli amministratori di questa città».
Il che farebbe pensare all’idea di candidare il senatore Stefano Pedica che per la causa di Fondi si è battuto e si batte ancora con particolare impeto. Suo è l’invito rivolto a Maroni, a rispondere, martedì, alla commissione antimafia sulle «giustificazioni date al mancato scioglimento del Comune di Fondi, una decisione gravissima che non può passare in silenzio. Maroni - prosegue Pedica - dovrà dirci come mai dopo aver dichiarato più volte la certezza dello scioglimento per infiltrazioni mafiose, si è fatto tirare la giacca dal Totò Riina di Fondi».
sabato 14 novembre 2009
Un palazzo che cade a pezzi. Alfredo Scalfati denuncia alle autorità lo stato di inagibilità dell’edificio
Continua la polemica sulla concessione che gli eredi Scalfati hanno firmato con l’Ente Parco Riviera di Ulisse. Alfredo Scalfati ha iniziato la sua battaglia inviando, tramite il suo legale, al comune di Sperlonga, ai vigili del fuoco, alla Polizia Municipale di Fondi e alla Asl una lettera in cui avvisa le autorità che palazzo San Rocco a Sperlonga è inagibile. «L’accordo – spiega il legale Marco Gaggia - è finalizzato alla realizzazione di un’attività museale, di una biblioteca, di un’area conferenze, prevedendo, pertanto, la possibilità di accesso del pubblico ai detti locali.
Si fa presente innanzitutto, - spiega Gaggia - che l’immobile in questione si trova in uno stato di grave dissesto, a tal punto che i solai sono stati puntellati, al fine di evitarne il crollo».
E non solo. I locali non sono «conformi ad alcuna normativa di sicurezza, in particolare con riferimento alle norme antincendio, soprattutto per quel che concerne l’inadeguatezza degli impianti elettrici, la carenza di meccanismi antincendio, l’assenza di uscite di sicurezza».
La pericolosità, secondo l’avvocato di Alfredo Scalfati, sarebbe maggiore con l’afflusso di gente previsto. Ciò «potrebbe comportare – avvisa Gaggia - un notevole carico dinamico, con la conseguente, seria possibilità di distacco di materiale dai piani superiori». Altro punto contestato alla Comunione Scalfati è che «Palazzo San Rocco, nonché gli altri beni ceduti in comodato, ossia la Cappella San Rocco e il rudere sito presso il Museo Archeologico, in località Vallecorsari, non rivestono affatto le caratteristiche di beni culturali ed ambientali tutelati dalla Legge Regionale n.97 del 1997, richiamata dall’accordo di comodato».
Per queste ragioni il difensore di Alfredo Scalfati chiede che venga effettuato, mercoledì prossimo, dalle 11 alle 12, un sopralluogo nella proprietà sperlongana della famiglia Scalfati.
I DETTAGLI DEL CONTRATTO
La convenzione firmata dall’amministratore della Comunione coeredi Scalfati e l’Ente Parco Riviera di Ulisse prevede l’uso in comodato gratuito del cortile, del piano terra, del primo piano, della cappella di San Rocco (il cui utilizzo, nonostante l’inclusione nel contratto, non è pregiudicato), di un rudere situato in località Vallecorsari e di un aranceto in località Angolo fino al novembre 2017, con possibilità di rinnovo.
L’Ente è però obbligato «alla restituzione dell’immobile alla Comunione alla quale, in ogni caso, nell’ipotesi di sopravvenuta ed urgente necessità, è concesso di richiederne l’immediato rilascio».
«L’immobile – si legge nella premessa del contratto -, tuttavia, versa in critiche condizioni di conservazione e manutenzione e necessita urgentemente di un ampio intervento di ristrutturazione, soprattutto per quanto riguarda i solai dei piani superiori». Per completezza di informazione riportiamo i dettagli dell’accordo secondo cui «l’Ente può eseguire sull’immobile interventi di manutenzione e/o ristrutturazione straordinaria, inclusi interventi di recupero, sistemazione aree del cortile e quant’altro necessario a rendere l’immobile più funzionale e meglio rispondente alle attività dell’Ente. Tutte le spese sostenute per il godimento dell’immobile, oneri condominiali ed accessori compresi, sono a carico dell’Ente».
E ancora. «Alla scandeza dell’accordo, le migliorie, le riparazioni o modifiche eseguite dall’Ente resteranno acquisite alla Comunione senza obbligo di compenso, fatto salvo il diritto della Comunione stessa di pretendere il ripristino dell’immobile». All’accordo tra le parti è allegata la deliberazione del commissario straordinario dell’Ente Parco Riviera di Ulisse, Erminia Cicione, la quale autorizza la stipula del contratto di uso gratuito e riconosce «un finanziamento di 100mila euro per le opere di ristrutturazione».
Si fa presente innanzitutto, - spiega Gaggia - che l’immobile in questione si trova in uno stato di grave dissesto, a tal punto che i solai sono stati puntellati, al fine di evitarne il crollo».
E non solo. I locali non sono «conformi ad alcuna normativa di sicurezza, in particolare con riferimento alle norme antincendio, soprattutto per quel che concerne l’inadeguatezza degli impianti elettrici, la carenza di meccanismi antincendio, l’assenza di uscite di sicurezza».
La pericolosità, secondo l’avvocato di Alfredo Scalfati, sarebbe maggiore con l’afflusso di gente previsto. Ciò «potrebbe comportare – avvisa Gaggia - un notevole carico dinamico, con la conseguente, seria possibilità di distacco di materiale dai piani superiori». Altro punto contestato alla Comunione Scalfati è che «Palazzo San Rocco, nonché gli altri beni ceduti in comodato, ossia la Cappella San Rocco e il rudere sito presso il Museo Archeologico, in località Vallecorsari, non rivestono affatto le caratteristiche di beni culturali ed ambientali tutelati dalla Legge Regionale n.97 del 1997, richiamata dall’accordo di comodato».
Per queste ragioni il difensore di Alfredo Scalfati chiede che venga effettuato, mercoledì prossimo, dalle 11 alle 12, un sopralluogo nella proprietà sperlongana della famiglia Scalfati.
I DETTAGLI DEL CONTRATTO
La convenzione firmata dall’amministratore della Comunione coeredi Scalfati e l’Ente Parco Riviera di Ulisse prevede l’uso in comodato gratuito del cortile, del piano terra, del primo piano, della cappella di San Rocco (il cui utilizzo, nonostante l’inclusione nel contratto, non è pregiudicato), di un rudere situato in località Vallecorsari e di un aranceto in località Angolo fino al novembre 2017, con possibilità di rinnovo.
L’Ente è però obbligato «alla restituzione dell’immobile alla Comunione alla quale, in ogni caso, nell’ipotesi di sopravvenuta ed urgente necessità, è concesso di richiederne l’immediato rilascio».
«L’immobile – si legge nella premessa del contratto -, tuttavia, versa in critiche condizioni di conservazione e manutenzione e necessita urgentemente di un ampio intervento di ristrutturazione, soprattutto per quanto riguarda i solai dei piani superiori». Per completezza di informazione riportiamo i dettagli dell’accordo secondo cui «l’Ente può eseguire sull’immobile interventi di manutenzione e/o ristrutturazione straordinaria, inclusi interventi di recupero, sistemazione aree del cortile e quant’altro necessario a rendere l’immobile più funzionale e meglio rispondente alle attività dell’Ente. Tutte le spese sostenute per il godimento dell’immobile, oneri condominiali ed accessori compresi, sono a carico dell’Ente».
E ancora. «Alla scandeza dell’accordo, le migliorie, le riparazioni o modifiche eseguite dall’Ente resteranno acquisite alla Comunione senza obbligo di compenso, fatto salvo il diritto della Comunione stessa di pretendere il ripristino dell’immobile». All’accordo tra le parti è allegata la deliberazione del commissario straordinario dell’Ente Parco Riviera di Ulisse, Erminia Cicione, la quale autorizza la stipula del contratto di uso gratuito e riconosce «un finanziamento di 100mila euro per le opere di ristrutturazione».
venerdì 13 novembre 2009
Palazzo San Rocco, parla Anna Scalfati
«In un territorio in cui tutti fanno un uso privato delle cose pubbliche io voglio fare un uso pubblico delle cose private». Anna Scalfati è decisa ed è un fiume in piena quando parla della convenzione in comodato d’uso gratuito che gli eredi Scalfati hanno firmato con il Parco Riviera di Ulisse per il recupero di Palazzo San Rocco e della relativa cappella a Sperlonga. «Ritengo che gli enti pubblici siano responsabili dei danni idrogeologici e malavitosi che si sono verificati nel nostro paese negli ultimi vent’anni. Per questo non affiderei mai completamente a loro la mia proprietà». Ma il fratello coerede Alfredo alcuni giorni fa ha preso pubblicamente le distanze dall’iniziativa per il sospetto che la convenzione potesse servire in realtà ad usare soldi pubblici per ristrutturare una casa privata. Anna è andata su tutte le furie. «Mio fratello, che infanga la memoria di mio padre quotidianamente ha detto sì a questa iniziativa in occasione della riunione degli eredi Scalfati. Una settimana fa, invece, ha chiesto di rimuovere mio figlio (Andrea Bazuro) da amministratore unico perché in sostanza non facciamo abbastanza soldi e perché diceva che non aveva ancora raggiunto un accordo che mettesse in tutela Palazzo San Rocco e i libri».
La libreria degli Scalfati a Sperlonga è un grande patrimonio storico e culturale, con i suoi tremila volumi antichi che rischiano di marcire. E gli affreschi della cappella intitolata al patrono della città non possono essere restaurati.
«Non posso permettermi di pagare un custode, un bibliotecario - confessa a cuore aperto -con lo stipendio della Rai. Per questo stiamo chiedendo finanziamenti pubblici alla Regione Lazio (non al Comune che non ne ha né alla Provincia che non ha la competenza né gli uffici per tutelare un patrimonio artistico) che metterà a disposizione del pubblico la parte storica e monumentale». L’idea non è degli eredi, ma del proprietario degli immobili, Giulio Scalfati, deceduto nel 2007 all’età di 90 anni. «Mio padre - spiega Anna - aveva già in mente di allestire un museo in quella casa. Tant’è che aveva traslocato al primo piano l’antica macina. Io - prosegue l’ereditiera - sono come lui, non mi piace la politica ma mi interessa rendere pubblico quello che ho». Così insomma sono andate le cose. «Al massimo tra sei mesi la biblioteca aprirà, verranno organizzati concerti, serate dedicate all’arte, il museo sarà aperto al pubblico». La favola però potrebbe durare poco. «Il giorno in cui alla Regione verrà “qualcuno che non va bene” (e sottinteso che i soldi non arriveranno più) - ha aggiunto la Scalfati - vuol dire che della biblioteca dovrò occuparmene io e andrò a cercarmi altri sponsor. Fortuna che non sarà solo la Regione a sostenerci - termina la giornalista - ma anche alcune associazioni culturali come la FAI».
L’iniziativa è certamente nobile. Alfredo Scalfati, che detiene il 41% dell’eredità complessiva però non è d’accordo. Ha il sospetto che i soldi chiesti per finanziare il progetto servano in realtà solo a ristrutturare il palazzo che altrimenti cadrebbe a pezzi, vista l’impossibilità dei coeredi di investire di tasca loro. Finché la querelle resta tra le mura della famiglia a noi poco importa. Il rilievo ci sarà se i timori di Alfredo dovessero ritenersi fondati. Si tratterà solo di stare a guardare che fine farà la convenzione e quanto durerà l’uso pubblico del bene. Allora però sarà troppo tardi.
Ma tant’è. Se la Regione Lazio ha approvato l’iniziativa avrà certamente verificato l’onestà delle intenzioni degli eredi Scalfati.
La libreria degli Scalfati a Sperlonga è un grande patrimonio storico e culturale, con i suoi tremila volumi antichi che rischiano di marcire. E gli affreschi della cappella intitolata al patrono della città non possono essere restaurati.
«Non posso permettermi di pagare un custode, un bibliotecario - confessa a cuore aperto -con lo stipendio della Rai. Per questo stiamo chiedendo finanziamenti pubblici alla Regione Lazio (non al Comune che non ne ha né alla Provincia che non ha la competenza né gli uffici per tutelare un patrimonio artistico) che metterà a disposizione del pubblico la parte storica e monumentale». L’idea non è degli eredi, ma del proprietario degli immobili, Giulio Scalfati, deceduto nel 2007 all’età di 90 anni. «Mio padre - spiega Anna - aveva già in mente di allestire un museo in quella casa. Tant’è che aveva traslocato al primo piano l’antica macina. Io - prosegue l’ereditiera - sono come lui, non mi piace la politica ma mi interessa rendere pubblico quello che ho». Così insomma sono andate le cose. «Al massimo tra sei mesi la biblioteca aprirà, verranno organizzati concerti, serate dedicate all’arte, il museo sarà aperto al pubblico». La favola però potrebbe durare poco. «Il giorno in cui alla Regione verrà “qualcuno che non va bene” (e sottinteso che i soldi non arriveranno più) - ha aggiunto la Scalfati - vuol dire che della biblioteca dovrò occuparmene io e andrò a cercarmi altri sponsor. Fortuna che non sarà solo la Regione a sostenerci - termina la giornalista - ma anche alcune associazioni culturali come la FAI».
L’iniziativa è certamente nobile. Alfredo Scalfati, che detiene il 41% dell’eredità complessiva però non è d’accordo. Ha il sospetto che i soldi chiesti per finanziare il progetto servano in realtà solo a ristrutturare il palazzo che altrimenti cadrebbe a pezzi, vista l’impossibilità dei coeredi di investire di tasca loro. Finché la querelle resta tra le mura della famiglia a noi poco importa. Il rilievo ci sarà se i timori di Alfredo dovessero ritenersi fondati. Si tratterà solo di stare a guardare che fine farà la convenzione e quanto durerà l’uso pubblico del bene. Allora però sarà troppo tardi.
Ma tant’è. Se la Regione Lazio ha approvato l’iniziativa avrà certamente verificato l’onestà delle intenzioni degli eredi Scalfati.
Giornalista pensante e felice di esserlo
Sono un’idealista. Lo so spesso non aiuta. Però credo nelle cose vere, semplici e sono convinta che contino. Al Territorio sono felice. Di lavorare, di sorridere, di esprimere la mia opinione. Se qualcuno non la pensa come me (Anna Scalfati è solo un esempio) non me ne faccio un cruccio. Non ritengo, tuttavia, di dover fuggire da questo giornale per salvare la mia dignità. Quella la tengo cara. E ringrazio la signora Anna per essersi offerta di aiutarmi a cercare un altro lavoro ma è proprio grazie al mio rifiuto che ritengo di rafforzare la mia dignità.
Non ho paura di dire quello che penso. Lei ritiene che i giornalisti non debbano pensare. Io invece dico che i giornalisti che non pensano non sono umani. Scrivo su questo giornale perché l’ho scelto. Non perché non avessi altre opportunità. E ne sono fiera. Ritengo che la mia dignità e la mia serenità al Territorio abbiano un valore al quale sarò disposta a rinunciare per una testata nazionale solo in favore di una scelta che mi garantisca pari libertà e pari trattamento. Ma questi sono affari miei. Tornando alla mia opinione per me resta sacrosanta. Sono stata onesta. Non ho strumentalizzato le dichiarazioni della signora Scalfati come lei temeva. Le ho riportate tali e quali. Come ho fatto con quelle di suo fratello Alfredo qualche giorno fa. È l’opportunità che do’ a tutti, perché tutti possano esprimere il proprio punto di vista sui fatti. Ma io posso pensarla come mi pare. Sta per iniziare il restauro di un antico e ricchissimo palazzo sperlongano che in realtà è una casa privata. Verranno usati soldi pubblici perché (questo lo ha detto lei) gli eredì non ne hanno di tasca loro. Ecco, questo per me non è leale. Vorrei che quei soldi la Regione li usasse per aiutare la sanità piuttosto che per rifare casa agli Scalfati. Io lo penso e non ho paura di dirlo. È proprio così che difendo la mia dignità.
Non ho paura di dire quello che penso. Lei ritiene che i giornalisti non debbano pensare. Io invece dico che i giornalisti che non pensano non sono umani. Scrivo su questo giornale perché l’ho scelto. Non perché non avessi altre opportunità. E ne sono fiera. Ritengo che la mia dignità e la mia serenità al Territorio abbiano un valore al quale sarò disposta a rinunciare per una testata nazionale solo in favore di una scelta che mi garantisca pari libertà e pari trattamento. Ma questi sono affari miei. Tornando alla mia opinione per me resta sacrosanta. Sono stata onesta. Non ho strumentalizzato le dichiarazioni della signora Scalfati come lei temeva. Le ho riportate tali e quali. Come ho fatto con quelle di suo fratello Alfredo qualche giorno fa. È l’opportunità che do’ a tutti, perché tutti possano esprimere il proprio punto di vista sui fatti. Ma io posso pensarla come mi pare. Sta per iniziare il restauro di un antico e ricchissimo palazzo sperlongano che in realtà è una casa privata. Verranno usati soldi pubblici perché (questo lo ha detto lei) gli eredì non ne hanno di tasca loro. Ecco, questo per me non è leale. Vorrei che quei soldi la Regione li usasse per aiutare la sanità piuttosto che per rifare casa agli Scalfati. Io lo penso e non ho paura di dirlo. È proprio così che difendo la mia dignità.
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